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Cacao - il quotidiano delle buone notizie comiche
nr. 97/2016
sabato 30 aprile
DI SIMONE CANOVA, JACOPO FO, GABRIELLA CANOVA E MARIA CRISTINA DALBOSCO
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 Buon viaggio, Maestro Sartori
Buon viaggio, Maestro Sartori
Saluto di Dario Fo a Donato Sartori
Il mio rapporto di amicizia con Donato Sartori risale a molti anni fa, agli inizi della mia carriera teatrale, lo incontrai al Piccolo Teatro e lui mi fece scoprire la complessità e l'intelligenza che rendono una maschera della commedia dell'arte non solo un capolavoro estetico ma anche una macchina espressiva.
Donato era un grande artista e un grande artigiano e contemporaneamente una persona umile, modesta, aperta, generosa, piena di vitalità e ironia, con la quale mi sono sempre trovato bene a lavorare. La sua arte ha arricchito il mio teatro e insieme abbiamo realizzato spettacoli e mostre.
Mi ricordo a Kopenaghen esponemmo insieme maschere, dipinti, elementi scenici, raccogliendo un tale successo che gli organizzatori dovettero contingentare gli ingressi all'esposizione. Si creò una coda lunghissima che scendeva lungo le scale del palazzo fino in strada.
E non è stato solo un collega, ma anche un amico. Quando dopo il sequestro di Franca nostro figlio Jacopo si trovò ad attraversare un momento difficile e rischiava proprio di sbarellare completamente, mi trovai a chiedermi cosa potessi fare per aiutarlo. Ero convinto che solo proponendogli di realizzare qualche cosa di concreto con le mani potevo aiutarlo ad uscire da quello stato di ossessione del dolore. E mi venne naturale rivolgermi a Donato e a Paola Sartori in cerca di aiuto. E Loro lo accettarono come studente e lo accolsero in casa come un figlio. E sicuramente quell'esperienza lo aiutò molto.
Una cosa vorrei aggiungere, quando ho letto sui giornali che Donato si era suicidato perché era depresso sono restato incredulo. Ci eravamo visti il 23 marzo a Verona all'inaugurazione dell'archivio museo, dove sono esposte anche le maschere di Donato. Avevamo parlato della possibilità di organizzare ancora una volta insieme una grande mostra per rendere visibile l'immensa, straordinaria raccolta di maschere di tutto il mondo che i Sartori hanno messo assieme. E non mi era sembrato per nulla depresso.
Ho telefonato a Paola e Sarah e loro mi hanno raccontato la verità. Ho scoperto così una cosa che Donato era riuscito a tenere nascosta a tutti: aveva un tumore terminale e gli restavano pochi giorni di vita. Non era depresso, semplicemente non voleva infliggere alla sua famiglia il dolore di una lenta agonia. Così ha preferito tagliare corto e togliere il disturbo. Suicidarsi è stato per lui non la conclusione di una incapacità di vivere ma un atto d'amore. E sicuramente non avrebbe scelto un modo così traumatico di morire se l'Italia fosse un paese civile che consentisse a chi non ce la fa piu' a vivere, di morire in modo indolore e assistito come accade in Svizzera.
In questo momento noi tutti stiamo salutando Donato e onorandolo per quel che è stato per noi e per quel che ha fatto. E io voglio aggiungere che desidero portare a termine il sogno che avevamo fatto insieme, sulla possibilità di allestire una grande mostra sulle maschere, magari proprio nello spazio museale di Verona.
Ciao Donato!

Saluto di Jacopo Fo a Donato Sartori
La notizia della scelta di Donato di morire mi ha lasciato un vuoto. Per me è stato un maestro. L'ho incontrato in un momento molto difficile, insieme a Paola e Sarah mi ha accolto nella sua casa laboratorio, un luogo per me spettacolare e mi ha insegnato la complessità.
Per me una maschera era semplicemente una macchia di colore, un disegno sul viso di un attore. Donato e Paola mi fecero vedere cosa c'era dietro, come era possibile, con carta di giornale e colla di farina, realizzare un materiale leggero e resistente capace di prendere qualunque forma.
Mi insegnarono anche che la maschera è una macchina che ingigantisce le espressioni del viso. Ma è anche una macchina per acchiappare la luce.
Donato mi fece vedere come con un martelletto di corno si poteva battere la maschera di cuoio, creando centinaia di piccolissime depressioni che intrappolavano la luce, la amplificavano oppure la cancellavano. Grazie ai piani nitidi e alle geometrie ben delineate era così possibile che la maschera cambiasse completamente espressione con movimenti minimi dell'attore. Una magia che anche oggi mi seduce ogni volta che osservo una maschera.
Per questo gli sono grato.
La morte di Donato ha lasciato a mezzo progetti che stavamo studiando insieme con Paola e Sarah; e che non ho nessuna intenzione di lasciar correre ora che lui è morto. Continueremo. Non smettere di insistere è un vizio di famiglia. Della mia e di quella di Donato.

Clicca qui per visitare il sito del Museo Internazionale della Maschera Amleto e Donato Sartori
Donato Sartori è mancato sabato scorso e ieri, venerdì 29, è stata allestita la camera ardente al Museo Internazionale della Maschera in via Savioli, 2 ad Abano Terme.
Donato non voleva pianti e tristezze, gli amici e la famiglia lo hanno salutato con la lettura delle testimonianze e un brindisi augurandogli buon viaggio.
Con molta sensibilità il Sindaco ha proclamato in questi giorni il lutto cittadino, un grande omaggio che si unisce al cordoglio che la notizia ha suscitato in tutto il mondo artistico e ha promesso di realizzare una grande maschera da collocare nell’isola pedonale come da progetto di Donato.

Dal padre Amleto (1915-1962), celebre scultore pittore e poeta soprattutto grande innovatore e inventore con la rinascita della maschera teatrale in cuoio risultato di lunghi studi ed estenuanti tentativi, Donato riceve un greve testimone che gli permetterà di aprirsi alla nuova ricerca sulla maschera, spiraglio non solo nella dimensione teatrale bensì in quella pluridisciplinare delle Arti visive, della musica, del gesto, inoltrandosi perfino nel sociale.

Dalle memorie di Donato:
“Mio padre muore giovane, stroncato da un feroce cancro ai polmoni, ma lascia un ponderoso testimone che non posso esimermi di raccogliere. Ricordo le ultime istruzioni, suggeritemi con voce flebile , che mi  proiettavano a forza nella sfera internazionale poco più che ventenne. Per questa ragione, frequenti furono i viaggi all’estero, soprattutto a Parigi, caput mundi della cultura e dell’arte, per continuare la ricerca di una mia propria identità artistica che piano piano venivo assumendo con la frequentazione dei compagni e docenti dell’École de Beaux-Arts e soprattutto per assistere alle lezioni dell’amico Jacques Lecoq inerenti a “l’architettura del movimento”, straordinaria formula che, ante litteram, poneva le basi a una sorta di interdisciplinarietà delle arti racchiudendo in sé teatro, architettura, arti visive e naturalmente il gesto inteso nella più sublimata definizione del senso.
Proprio qui venni a contatto con Cesar (Cesare Baldaccini) che aveva l’aula-laboratorio attigua a quella di Jacques nella medesima accademia delle arti parigina. Lo straordinario scultore, fu membro di uno dei movimenti artistici più rappresentativi del secolo, il Nouveau Réalisme, corrente d’avanguardia ideata e gestita dal famoso critico Pierre Restany che agli albori degli anni Sessanta raccolse attorno a sé una pletora di giovani artisti destinati a divenire, da lì a breve, icone dell’avanguardia artistica mondiale: oltre a Cesar, Arman, Christo, Clyne, Tinguely e altri. Qui nella Parigi dei primi anni Settanta prese a formarsi nella mia mente la nuova idea di maschera più legata a quelle istanze politico-sociali che venivano affacciandosi nell’Italia tormentata post-sessantottina.
La maschera del volto, inventata da Amleto, assume altre dimensioni quale mutante temporale e diviene maschera totale impossessandosi del corpo intero fino a raggiungere lo stravolgimento dello spazio e del tempo. Nasce così, ai primordi della nuova era digitale, il “mascheramento urbano”, la maschera della città che si avvale delle più sofisticate tecnologie virtuali e si allinea con le ricerche contemporanee di un futuro prossimo. Ecco che il seme sparso da Amleto in un tempo non troppo lontano germoglia e si diffonde quotidianamente nelle più disparate aree culturali del mondo intero nell’indefessa attività degli errabondi componenti del Centro Maschere e Strutture Gestuali.”

Nel 1979 fonda il Centro Maschere e Strutture Gestuali assieme all’architetto Paola Piizzi, poi sua moglie,  e allo scenografo Paolo Trombetta e, da qualche anno, arricchito dalla presenza della figlia Sarah.
Questo organismo culturale si occupa ancor oggi della maschera etno-antropologica, la maschera di teatro dall’antichità fino ai nostri giorni e delle più recenti ricerche pluridisciplinari di Donato riguardo al mascheramento urbano e le strutture gestuali. Iniziano da subito tournées in Europa in cui venivano sviluppate attività didattico-laboratoriali,  mostre, produzioni di maschere per nuovi spettacoli teatrali e la progettazione di maschere urbane e spettacoli “en plain air”; spesso i seminari venivano accompagnati da collaborazioni con attori, performer e artisti visuali di tutto il mondo.
 
Nel 1980 Donato Sartori viene invitato dal direttore Maurizio Scaparro a partecipare alla Biennale-Teatro di Venezia dove realizza la grande installazione-performance a Piazza San Marco chiamata “Ambientazione” con la partecipazione di quasi centomila persone.
Questi mascheramenti urbani furono poi portati in altre città: da Genova a Rio, da Trieste a Napoli, da Nancy a Milano e poi Bologna e Firenze, Reims e Singapore, Tokyo e Amsterdam ecc. ove ogni città richiedeva uno specifico progetto unito a verifiche delle istanze sociali, storiche, culturali e architettoniche.
Dal 1996 al 2002 viene chiamato in Svezia a dirigere un laboratorio permanente (Maskenverkstaden), tenendo seminari sulla maschera teatrale e conducendo ricerche storiche sulle maschere medioevali nordiche in collaborazione con docenti universitari, studiosi e ricercatori; importante fu la ricerca e produzione di maschere per la trilogia di Eschilo “L’Orestea” diretta da Peter Oskarson che gli ha permesso di effettuare vari viaggi di studio nei luoghi previsti per la ricerca storica e la messa in scena dell’opera greca: in India, in Mozambico, in Grecia e nei siti della Magna Grecia per conoscere e sperimentare ambienti, teatri e luoghi religiosi in essa citati.
Per mettere a punto le 140 maschere realizzate con nuove tipologie e tecniche costruttive, sperimentò approfonditamente l’acustica prevista per i cori greci e le mise a confronto con quelle realizzate oltre cinquant’anni prima dal padre Amleto Sartori con la regia di Jean-Louis Barrault per la medesima tragedia.

Come suo padre, oltre alla scultura e all’insegnamento, si dedicò alla maschera teatrale in cuoio continuando a evolverla e  creandone sempre di nuove man mano i registi e gli artisti emergenti glielo richiedevano, mai interrompendo la collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano, la Scuola parigina di Jacques Lecoq e altri ancora perseguendo una tecnica e metodologia, invariate dal 1946, che costituiscono il programma del Seminario Internazionale della Commedia dell’Arte che ogni anno ha luogo ad Abano a cura del Centro maschere e Strutture Gestuali

Quest’anno, fra poche settimane, inizierà la 31° edizione orbata del suo direttore, ma non dei suoi insegnamenti. Paola, la moglie, e Sarah la figlia con la storica equipe del Centro Maschere daranno nuovo vigore a questa attività e a quelle che seguiranno perché se ne è andato l’uomo ma non l’artista come già avvenuto con Amleto. Allora il testimone passò al figlio Donato ora, con la figlia Sarah, si apre la terza generazione di questa famiglia d’arte che tanto ha dato alla cultura teatrale.
La moglie, che ha sempre condiviso le varie attività culturali, sarà il trait d’union di questo storico passaggio continuando il lungo viaggio personale e artistico intrapreso con Donato tanti anni fa facendo sua la curiosità intellettuale, l’arte oratoria, la tenacia e la voglia di trasmettere il sapere del compagno di una vita.

Questa instancabile ricerca e creazione nonché la raccolta di opere, maschere, documenti, oggetti, provenienti da tutto il mondo e l’attività artistica che si snoda attraverso una serie di sperimentazioni e ricerche assai varie e complesse, ha fatto della creazione di maschere una sorta di “unicum” a livello internazionale ed è stata premiata con l’assegnazione da parte del Comune di Abano Terme della seicentesca Villa veneta Trevisan Savioli che ospita il Museo Internazionale della Maschera Amleto e Donato Sartori, inaugurato a dicembre 2004 il Museo è stato tenuto a battesimo da una prima mondiale realizzata da Dario Fo e Franca Rame.  Qui sono esposte le opere dei Sartori, raccolte e realizzate in oltre ottant’anni di attività artistica; in questo ambito vengono ospitate anche rassegne teatrali, seminari, cinema e video, attività didattiche, inoltre, negli spazi museali dedicati ad esposizioni temporanee vengono promosse mostre e spettacoli concernenti la cultura di altri popoli e civiltà, nel quadro di scambi culturali con musei italiani e stranieri e con le strutture culturali degli altri Paesi del mondo.
La moglie  Paola Piizzi  racconta con commozione gli ultimi tragici attimi vissuti accanto al Maestro, simbolo stesso della maschera nel mondo. «Bisogna essere pieni di vita per poter fare un simile gesto. Era un malato terminale, non aveva speranze. Non c'erano altre possibilità di salvarsi. Quando ha focalizzato tutto ciò ha deciso di morire come ha vissuto, con grande dignità e con grande forza interiore. La vita è sempre trasformazione, proprio perché è vita.  È un gesto che fa male, ma si può capire. Si deve capire. Togliendosi la vita ha dimostrato grande amore per tutti noi, anche se il dolore è infinito e il vuoto che lascia è immenso. Era un coraggioso, un uomo generoso, di grande dignità. Persona geniale, curiosa, eclettica  per lui non ero solo una moglie, ma la compagna di vita e per nostra figlia Sarah ha dato sfogo alla sua arte fino agli ultimi momenti, dipingendo per lei le porte della casa dove vive. Ora stiamo percependo una grande vicinanza da parte di un’incredibile moltitudine di persone:  è come fossimo immersi in un oceano di amore. Siamo una famiglia di artisti che ama l'arte. Continueremo a portare avanti i progetti. Un giorno ha detto a me e a nostra figlia Sarah “Adesso tocca a voi”.
“Ecco, siamo pronte!”.
 Dona il tuo 5 per mille al Nuovo Comitato Nobel per i Disabili!
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Puoi sostenere il Nuovo Comitato Il Nobel per i disabili Onlus, fondato da Franca Rame, Dario Fo e Jacopo Fo per aiutare le persone portatrici di disabilità mentali o fisiche: è sufficiente segnare il codice fiscale 92014460544 e mettere una firma nell'apposita sezione (Scelta per la destinazione del cinque per mille dell'IRPEF). Nessun costo per il contribuente, il 5x1000 non è un’imposta aggiuntiva e non si somma all’ammontare dell’IRPEF.
I fondi raccolti saranno utilizzati per le campagne a sostegno dei disabili, per organizzare corsi di formazione al lavoro, per l'acquisto di ausili, per aiutare la ricerca... e tanto altro.
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Aut. Trib. di Perugia n° 634
del 21/06/1982
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Severino Cesari
Direttore: Jacopo Fo
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