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Cacao - il quotidiano delle buone notizie comiche
nr. 41/2014
sabato 22 febbraio
DI SIMONE CANOVA, JACOPO FO, GABRIELLA CANOVA E MARIA CRISTINA DALBOSCO
Il miglior modo di bere secondo natura - Quanto siano importanti nella nostra dieta frutta e verdura fresche è cosa risaputa: e con questo eccezionale apparecchio si producono in casa straordinari estratti! Addio ai succhi confezionati, addio a bambini piangenti davanti alla minestra di verdura... CLICCA QUI
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 Contenitori, imballaggi e plastiche
Contenitori, imballaggi e plastiche
Torna Mamma Chimica! Per i nuovi iscritti che non la conoscono questa rubrica è gestita da Sara Alberghini, prossima abitante dell'Ecovillaggio Solare, mamma di Emiliano e Claudia, e laureata in Chimica. Da queste pagine è nato il blog www.mammachimica.it che contiene molti interessanti articoli, scritti bene, chiari, e alla portata di tutti. Non parliamo di chimica industriale ma di chimica di tutti i giorni. Buona lettura!
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Diversamente dal passato ci sono molti materiali con cui vengono contenuti e commercializzati beni come alimenti, cosmetici, detersivi.
Non più solo carta, vetro e tessuto, ma anche plastica, tetrapak, alluminio.
È chiaro che non avranno tutti lo stesso impatto sull'ambiente, sia quando viene effettuata la loro produzione, sia quando verranno gettati una volta finito il contenuto.
La carta è certamente biodegradabile e riciclabile, ma dovremmo anche sapere da quali alberi proviene e con cosa viene sbiancata. Il vetro può essere riciclato all'infinito, mentre la plastica no, ma rimettere in circolo il vetro richiede un'enorme quantità di energia. Il tetrapak è sicuramente comodo e ottimo per la protezione dell'alimento e del suo trasporto ma il suo riciclo è complicato: bisogna separare 3 materiali diversi che lo costituiscono (carta, plastica e alluminio) e di certo questa è una procedura piuttosto complicata e probabilmente dalle rese non altissime.
Insomma, per decidere con esattezza quale sia il materiale più “green” quando si acquista un prodotto bisognerebbe conoscere il suo LCA (Life Cycle Assessment) ovvero l'analisi dell'intero ciclo di vita dell'oggetto (“dalla culla alla tomba”).
L'LCA è un metodo oggettivo di valutazione e quantificazione di un prodotto, di un'attività o di un processo, che tiene conto dell'energia consumata per crearlo, delle sostanze immesse nell'ambiente, la CO2 prodotta, gli scarti di lavorazione, il consumo di acqua, ecc. Il tutto a partire dall'acquisizione delle materie prime fino a fine vita. Il calcolo fornisce dati scientifici interessanti ma è piuttosto costoso e complesso (utilizzato per esempio per assegnare il marchio Ecolabel).
Certamente prediligere prodotti senza troppi imballaggi superflui sarebbe già un buon inizio.
Quante volte la crema è contenuta in un vasetto all'interno della scatola, o la frutta è su vassoi avvolti dalla plastica, o le uova sono nella confezione di plastica avvolta dalla carta?
Potremmo anche optare per alimenti o detersivi “alla spina”, cioè sfusi, in pratica come una volta.
Questa operazione garantirebbe ad esempio un risparmio effettivo di plastica e di trasporto, ma soltanto se riutilizziamo lo stesso flacone per almeno 5-6 volte, altrimenti il calcolo LCA porterà ad un bilancio energetico sfavorevole.
Però non troveremo bagnoschiuma o creme alla spina (fortunatamente!).
I cosmetici non possono essere venduti sfusi, per ovvi motivi di igiene. Infatti, l'articolo n.10 delle Norme per l'attuazione delle direttive della CEE sulla produzione e vendita dei cosmetici dice: “La produzione ed il confezionamento dei prodotti cosmetici devono essere effettuati in officine con locali ed attrezzature igienicamente idonei allo scopo e sotto la direzione tecnica di un laureato in chimica, in chimica industriale, in chimica e farmacia, in chimica e tecnologia farmaceutica, in ingegneria chimica, in farmacia, in scienze biologiche, iscritto al relativo albo professionale o in possesso del titolo di equivalente disciplina universitaria di un paese della Comunità economica europea, con cui viga regime di reciprocità”.
Comunque, anche con tutte le buone intenzioni, spesso siamo costretti a comprare prodotti con molti imballaggi... Non c'è sempre la possibilità di fare la spesa al mercato, ma spesso dobbiamo andare nei grandi centri commerciali, oppure è difficile trovare nelle vicinanze rivenditori di prodotti alla spina e si sa il tempo è quello che è! Speriamo almeno di smaltirli nel modo corretto...
A me dispiace così tanto buttare i flaconi dei saponi o creme! Alcuni riesco a riciclarli, utilizzandoli per esempio per i detersivi fai-da-me da regalare ad amici e parenti, ma certo non tutti i contenitori!
La plastica è un materiale di sintesi così affascinante, tanti piccole molecole unite insieme a formare un polimero, un reticolato dalle caratteristiche tecniche e proprietà fisiche diversissime a seconda della molecola da cui si è partiti.
Certo, affascinante dal punto di vista squisitamente chimico!
La plastica deriva dal petrolio e non è biodegradabile (*), ma non si può certo negare che qualche vantaggio lo ha portato alla nostra vita! Penso agli oggetti usa e getta sterili in campo medico, ma anche alla sua leggerezza, utile per diminuire i costi e la fatica del trasporto.
Nel 1963 prese il Nobel per la chimica un italiano, Giulio Natta, proprio per aver messo a punto dei catalizzatori per creare il polipropilene, conosciuto anche con il nome commerciale di Moplen, insomma c'è un “pezzettino” di Nobel nostrano anche in molti oggetti di uso molto comune!
Sicuramente il discorso è diverso se devo scegliere personalmente il materiale con cui avvolgere gli alimenti per congelarli o conservarli in frigorifero. Oltre a tenere presente l'impatto ambientale, mi preoccupa anche che il non rilascino sostanze indesiderate al cibo. In questo caso per me è imbattibile il vetro: non altera le caratteristiche organolettiche degli alimenti, non assorbe gli odori e le sostanze sia dell'alimento contenuto che del detersivo con cui lo laverò e poi posso riutilizzare un sacco di contenitori di prodotti precedentemente acquistati. Anche i biberon dei bimbi li ho in vetro, ma è chiaro che quando sono in giro uso quelli di plastica, per ovvi motivi di sicurezza. Certamente anche per la merenda a scuola di Emiliano sceglierò un pratico contenitore di plastica!
Le plastiche però sono moltissime e non tutte uguali. Sui contenitori è indicato un numero, da 1 a 7, all'interno di un triangolino che indica il tipo di polimero utilizzato. Siamo nel campo della così detta “chimica del carbonio”, perché in pratica sono lunghissime catene di atomi di carbonio. Non sono compresi i siliconi che sono invece l'espressione della chimica del silicio.
Per es. il n.1 indica il PET: polietilenetereftalato, di cui sono fatte per esempio le bottiglie d'acqua e le bevande analcoliche in genere. Ma anche molti contenitori per alimenti.
Il n.2 e il n.4 indica il PE: polietilene, rispettivamente ad alta (densità HDPE) e a bassa densità (LPDE), a seconda del processo di polimerizzazione con cui è stato prodotto e che porterà a caratteristiche meccaniche e termiche diverse (resistenza agli urti, calore, agenti chimici, ecc.). Viene usato per fare i sacchetti per congelare, i contenitori e flaconi per alimenti o cosmetici. E il polimero più semplice.
Il n.5 è il PP: polipropilene, la plastica inventata dall'italiano, usata anch'essa per alimenti, per i flaconi dei detergenti ma anche per creare oggetti per uso alimentare come piattini e posatine per bambini.
Il n.6 è invece il PS: polistirene o anche polistirolo, di solito di questo materiale sono i piatti e bicchieri usa e getta (detti erroneamente di carta) ma se è nella forma espansa è proprio lui, quello bianco a piccole palline che da piccoli usavamo per fare la neve, con disappunto di mamma...
Con il n.3 è indicato il PVC: cloruro di polivinile, utilizzato per creare giocattoli, contenitori, tubi. Sono molto noti gli infissi e serramenti in questo materiale, sicuramente ottimi ed efficienti. Ma questa plastica è molto contestata sia perché il monomero da cui deriva, cioè la molecola base che viene ripetuta per creare il polimero, è il cloruro di vinile, un noto cancerogeno, diventato tristemente famoso dopo l'incidente al petrolchimico di Porto Marghera. Ma anche perché, per rendere il PVC più morbido, flessibile e facilmente lavorabile, viene addizionato con ftalati e anche queste sono sostanze piuttosto discusse per la loro nocività.
Gli ftalati sono esteri dell'acido ftalico, ce ne sono di vari tipi, indicati con sigle come DHEP: ftalato di bis(2-etilesile), DINP: ftalato di diisononile. Sono “agenti plastificanti”, molto usati nella produzione della plastica perché se integrati al polimero ne migliorano la flessibilità e quindi modellabilità del prodotto da creare.
Nel luglio 2012 è stato diramato un opuscolo del Ministero della Salute “Attenzione agli ftalati: difendiamo i nostri bambini” perché purtroppo circolano sui mercati europei molti giocattoli in plastica morbida come bambole, maschere di carnevale, giochi per il bagnetto, ciambelle, braccioli. Ma anche articoli per la scuola come gomme per cancellare, zainetti. Spesso sono oggetti di origine cinese e contengono concentrazioni molto elevate di ftalati. Queste molecole sono ormai riconosciute come sostanze tossiche per la riproduzione e assoggettate a restrizione europea. Il loro utilizzo non è consentito a concentrazioni superiori allo 0,1% (p/p) né nei giocattoli, né negli articoli destinati all'infanzia.
Il motivo della restrizione è chiarissimo: c'è il pericolo di una grande esposizione a queste sostanze derivata dal fatto che i bimbi possono masticare o succhiare per molto tempo i giocattoli! 
La presenza di giocattoli non conformi e il ritiro dal commercio viene segnalato dal 2005 dal Rapex (European Rapid Alert System for non-food products), il sistema europeo di allerta rapida per i prodotti di consumo pericolosi, che rappresentano cioè un grave rischio per la salute e sicurezza dei consumatori, ad eccezione di alimenti, farmaci o presidi medici (**).
Infine, con il n.7 nel triangolino, siamo in presenza di “altri materiali”, quindi tutte le altre plastiche o di un poliaccoppiato plastico, cioè più tipi di polimeri assieme o accoppiate ad altri materiali.
E qui non siamo in grado di sapere con che cosa sono stati fatti questi oggetti, potrebbero contenere ftalati ma anche il BPA.
Il BPA (bisfenolo-A) è una molecola utilizzata per realizzare un tipo di policarbonato (PC), una plastica rigida e trasparente, che consente di renderlo più resistente, infrangibile e quindi adatto a tutta una serie di oggetti che devono rompersi con difficoltà: giocattoli, bottiglie, biberon, lenti di occhiali, caschi. Il problema è che il BPA ha potenziali effetti tossicologici, in particolare sul sistema endocrino, riproduttivo, ma anche immunitario e neurologico.
Questi effetti possono avere un impatto più forte in un organismo in fase di sviluppo. E infatti nel gennaio del 2011 la Commissione Europea ha adottato una direttiva (2011/8/UE) che proibisce l'impiego del BPA per la produzione di biberon per l'infanzia in policarbonato. Gli studi in merito hanno evidenziato che il BPA può migrare in piccola quantità nei cibi e nelle bevande conservate in materiali che lo contengono.
Però l'uso del BPA è autorizzato in materiali e oggetti destinati a venire a contatto con prodotti alimentari dal regolamento 10/2011/UE...
Insomma, se devo scegliere il contenitore di plastica certamente le mie preferenze saranno per il PP e l'HDPE, che per loro natura non contengono ftalati o BPA, quindi se posso evito il simbolo con il n.3 e con il n.7 (anche se l'indicazione “per alimenti” dovrebbe farci stare tranquilli).
Ultimamente ho anche scoperto una cosa piuttosto interessante, di cui proprio non ne sapevo nulla e che mi farà definitivamente abbandonare l'uso dell'alluminio.
Nella lavorazione per creare i famosi rotoli, vengono utilizzate delle sostanze “scivolanti”, di varia natura, a seconda del tipo di tecnologia usata dalla ditta. Alcuni usano la paraffina (***). Certamente la quantità che potrà eventualmente trasferirsi all'alimento sarà minima, ma possibile che ste' paraffine ce le dobbiamo ritrovare dappertutto? Inoltre bisogna considerare che il tempo di contatto e la temperatura possono aumentare la cessione...
La carta da forno invece, per non far aderire i cibi, è ricoperta da polimeri, non da petrolio “spalmato”. Di solito si tratta di polimeri pesanti difficilmente trasferibili all'alimento e comunque inerti. Quindi è certamente non biodegradabile ma potrebbe essere un buon materiale per avvolgere i cibi da congelare.

Proprio per risolvere il problema della biodegradabilità, stanno prendendo sempre più piede le bio-plastiche, ovvero polimeri biodegradabili, perché derivanti da zuccheri e quindi degradati in tempi rapidi nell'ambiente come fossero una pianta.
Non dimentichiamo che la natura i polimeri li sa fare eccome!
Per esempio la cellulosa, l'amido o il caucciù (la gomma naturale appunto), quindi bisogna solo...“copiarla”.
Il cellophane è noto già dalla prima metà del diciannovesimo secolo ed è un tipo di cellulosa rigenerata, ma il prezzo elevato e le minori prestazioni rispetto ai polimeri petroliferi ne ha ridotto l'uso.
Adesso la sfida e l'obiettivo della ricerca è ottenere bioplastiche con caratteristiche tecniche e commerciali paragonabili alla plastica convenzionale. C'è un interessante articolo su questo argomento su Chimicare: “Le nuove frontiere applicative delle bioplastiche: dalla nostra tavola al risanamento dell'ambiente”.
Nell'articolo si parla ad esempio del Mater-Bi, la bio plastica più nota e diffusa, usata per i sacchetti dell'umido, ma lo sono anche i mattoncini colorati di un bellissimo gioco per bambini, tipo costruzioni.
In realtà esistono molti biopolimeri simili al Mater-Bi, con altri nomi commerciali, derivanti sempre da amido soprattutto di mais, ma anche patata o riso.
Questo tipo di bioplastiche hanno caratteristiche meccaniche che si avvicinano al PE ma sono sensibili a degradazione termica e tendono ad assorbire umidità (ovviamente l’amido interagisce con l’acqua...).
Inoltre resistono poco ai solventi ed agli oli.
Per diminuire questo problema vengono miscelati ad altri biopolimeri come quelli derivati dall’Acido Polilattico (PLA). Questo poliestere è sempre a base di mais, il cui amido viene scisso nei suoi monomeri costituenti (glucosio) e poi fatto fermentare in acido lattico. Il biopolimero PLA ha una buona resistenza a grassi ed olii e lo possiamo paragonare al PET per quanto riguarda la trasparenza e rigidità, però degrada velocemente sopra i 60 °C e con umidità elevata. Questo creerebbe problemi anche per l'immagazzinamento dei prodotti. Per questo viene attualmente usato per l’imballaggio di cibi a temperatura ambiente.
Atri biopolimeri presenti sul mercato sono i poli-Idrossialcanoati (PHA), prodotti sempre tramite processi di fermentazione batterica a partire da zuccheri o lipidi.
Molti gruppi di ricerca studiano il modo di creare biopolimeri da particolari rifiuti, magari particolarmente dannosi per l’ambiente. Per esempio la produzione di PHA a partire dagli scarti che si formano durante la produzione dell’olio di palma. Questo tipo di refluo ha un elevato carico organico che non può essere disperso nell’ambiente tal quale ma necessita di accurati e onerosi trattamenti.
L'utilizzo di rifiuti porterebbe anche altri vantaggi: produzione dei biopolimeri in loco, cioè all’interno dell’impianto di smaltimento e/o depurazione (abbattendo così i costi di trasporto e di produzione di CO2) e non ci sarebbe concorrenza con le materie prime utilizzate come fonte di cibo (mais e altre colture alimentari).
Esiste anche il biopolietilene, un ibrido tra biopolimeri e plastiche classiche: è prodotto da fonti rinnovabili quale l’etanolo e ha le stesse proprietà fisico chimiche del polietilene di origine petrolifera, compresa però anche la sua non biodegradabilità...
Ho trovato anche delle interessanti informazioni sui polimeri dell'Acido Succinico.
Pare che in questo campo l'Italia sia la prima per la distribuzione e lo sviluppo nel mercato europeo di questa nuova famiglia di polimeri utilizzati per la sintesi di bioplastiche. In provincia di Alessandria c'è il più grande impianto al mondo per la produzione di acido succinico da risorse rinnovabili (da biofermentazione).
Staremo a vedere!

NOTE
(*) Anche se a volte su qualche busta o contenitore scrivono per es. polietilene “biodegradabile”, questo non è totalmente vero. Cioè, vengono addizionati ai polimeri sintetici speciali sostanze (additivi) che non alterino le loro qualità commerciali e li rendano “più disintegrabili” ma non biodegradabili. La ricerca è molto impegnata in questo, ma comunque la loro decomposizione in natura richiede ancora moltissimo tempo! E poi l'aggiunta di altre sostanze al polimero potrebbe invece compromettere il suo riciclo, insomma il problema non è ancora risolto.
(**) Non vi fate ingannare dal nome del PET (polietilenetereftalato), a lui non sono addizionati ftalati, ma “parte” dalla molecola di acido tereftalico che è tutta un'altra cosa. Non ci sono dati in merito al rilascio di sostanze da parte del PET  all'acqua in bottiglia, quindi nessun allarmismo inutile, per carità!
Che poi sia meglio limitare l'uso di acqua in bottiglie di plastica e preferire quella del sindaco, non ci sono dubbi!
(***) La paraffina è quella che spesso ci capita di trovare anche nei cosmetici. Vi ricordo che il petrolatum è riconosciuto dalla Direttiva delle Sostanze Pericolose (67/548/CEE) come sostanza CMR2, ovvero non ha una diretta causalità nella formazione del cancro, come può essere ad esempio la formaldeide o l'amianto, ma è fortemente sospettata.

PER APPROFONDIRE ECCO LE FONTI:
BioDizionario - Cosmetici e prodotti Biodegradabili - www.chimicare.org - Rapex

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