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Cacao - il quotidiano delle buone notizie comiche
nr. 30/2012
sabato 11 febbraio
DI SIMONE CANOVA, JACOPO FO, GABRIELLA CANOVA E MARIA CRISTINA DALBOSCO
A carnevale ogni concorso vale…
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Testo 01
Selem in anno licet insanire
La traduzione di questa frase è: una volta all’anno è lecito impazzire. E' un'idea antica, già espressa da vari autori latini e divenuta proverbio nel medioevo, che sta a significare che in un ben definito periodo di ogni anno ognuno è autorizzato a non rispettare le convenzioni religiose e sociali, a comportarsi come se fosse un'altra persona. E questo periodo è rappresentato dal Carnevale, dove la tradizione del mascheramento permetteva di dare libero sfogo al gioco, allo sghignazzo e allo scherzo.
Come dicevamo la settimana scorsa, il carnevale è una delle poche feste con chiare radici pagane, insieme al Ferragosto. Segna la fine dell’inverno e l’inizio del nuovo anno (anche se in questi giorni non si direbbe) e quindi il passaggio tra il mondo degli inferi e quello dei vivi.
Benché presente nella tradizione cattolica, i caratteri della celebrazione del Carnevale hanno origini in festività ben più antiche, come per esempio le dionisiache greche o i saturnali romani. Nelle dionisiache e nei saturnali si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell'ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza. Insomma, a carnevale ogni scherzo vale, con buona pace dei permalosi.
La maschera che lo rappresenta più di ogni altra è probabilmente Arlecchino, che Dario Fo ha portato in scena da sempre, con o senza maschera, perché come dice in un’intervista del 1986: “Arlecchino è una maschera che non ha un ruolo fisso, è un furfante che si può permettere ogni trasformazione e si adatta a tutte le circostanze e a tutti i paesi perché dentro è sapiente.”
E continua “Un tempo a mascherarsi erano i giullari che sbeffeggiavano i potenti per non farsi riconoscere dagli sbirri e subire vendette. Poi le maschere sono state indossate per il bisogno di camuffarsi, di entrare in ruoli impropri, per esorcizzare certe paure, come quella della morte attraverso la maschera del teschio.”
In un’intervista a Giorgio Bocca, sempre a proposito del Carnevale, Dario dichiarava: “Il Carnevale è la celebrazione di una vittoria popolare, è la libertà sfrenata e gioiosa che il suddito, l’oppresso si prende dal potente. I carnevali italiani che ricordano la cacciata di un tiranno o dell’invasore straniero sono numerosi ed è naturale che in essi si celebri una battaglia, come quella famosissima delle arance a Ivrea.”
Torniamo ad Arlecchino: vi proponiamo alcuni brani di una lezione tenuta a Venezia negli anni ’80 (come si intuisce anche dai riferimenti ai politici di allora!) su questa famosa e intramontabile maschera. Buona lettura, buon Carnevale e buone pazzie!!!
 
PRESENTAZIONE ARLECCHINO

La maschera che mi vedete addosso e, soprattutto, il costume è quella dell’Arlecchino primordiale, quella di quattro secoli fa, esattamente nel 1585 saliva su un palcoscenico di Parigi un grosso attore giovane che veniva da Mantova e si chiamava Tristano Martinelli. Sessant’anni dopo andava sul palcoscenico con un altro costume il Biancolelli, Domenico Biancolelli. Tristano Martinelli proveniva da una compagnia gloriosa, quella dei Gelosi. Avevano costituito, insieme ad altri attori, una compagnia che si chiamava dei Raccolti. Questa maschera non è del tutto italiana, una piccola parte è legata agli zanni ma la gran parte appartiene a un’altra cultura: quella francese legata a una specie di homo selvaticus, una specie di fauno, attraverso le foglie si intende e si scopre questa allusione, foglie di cui è cosparso il costume. E anche il maquillage allude a certe clownerie dei demoni nelle feste popolari medioevali della Francia, ci sono illustrazioni in grandi quantità che lo ricordano.

Arlecchino è diavolo, Arlequin era il nome di un demonio medioevale, così come è ricordato anche Hellechino da Dante Alighieri nella Divina Commedia, all’inferno. All’inizio la maschera di Arlecchino era legata sicuramente alla cultura popolare e a quel gusto Rableriano che aveva determinato svolgimenti in chiave di racconto di teatro e spettacolo nella Francia centrale e soprattutto quella del nord. Così vediamo questo Arlecchino che arriva con un’irruenza incredibile rispetto all’Arlecchino che noi conosciamo: l’Arlecchino paccioccone che svolazza, che ruba qualche salame, che si prende qualche pacca e poi finisce col dire un sacco di frottole, viene poi perdonato e tutto finisce in gloria con una grande mangiata. No, questo Arlecchino è irruento, sfacciato, provocatorio, soprattutto una specie di anarcoide che non accetta nessuna regola, neanche la morale, le leggi, la retorica, i luoghi comuni del tempo. Tanto è vero che a provocazione entra in scena, si cala le brache e si mette a defecare tranquillamente, prende il risultato del suo sforzo e lo lancia verso il pubblico gridando: “Porta buono! Porta felicità! Porta fortuna!”. Ed è nata lì, presso i francesi questa espressione ormai comune di “Oh merde!”.
­Faceva anche cose scurrili di altro genere, quello di fare pipì addosso al pubblico, naturalmente c’era un trucco, anche per la cacca, era budino, o meglio castagnaccio che poi veniva mangiato con la gente che veniva a teatro “Speriamo che lanci merda questa sera!” Il gioco arrivava alla scurrilità anche verso il gioco della sessualità e soprattutto l’irriverenza contro quelli che erano i costumi e la gente che questi costumi sosteneva, come i preti, la corte, i ministri e anche i banchieri. La possibilità di essere così violento e spregiudicato era determinato da un accordo straordinario datogli da re. Il re era innamorato pazzo della Commedia dell’Arte e in particolar modo di questa maschera, basti pensare che la regina tenne a battesimo, e non esiste un altro esempio nella storia, i figli di Arlecchino.

Vi accennavo di come Arlecchino riuscisse a realizzare una vera e propria costanza di tormentoni, di provocazioni continue, verso le personalità, le situazioni del mondo politico soprattutto, religioso e anche a quello bancario,  legato ai poteri finanziari. Tre erano i personaggi che venivano soprattutto bastonati, approfittando della stima che il re nutriva per lui, tre grandi ministri, uno era addirittura guardasigilli e si chiamava Poplé. Poplé era un energumeno, piuttosto rozzo, simpatico in certi atteggiamenti proprio perché era ignorante e presuntuoso, una specie di Pietro Longo della situazione.

Un altro personaggio famoso della triade che veniva perseguitata da Arlecchino era Flecher. Flecher era Andreotti, vi assicuro che c’era una caricatura di Andreotti uguale, preciso, aumentato dal fatto che aveva la parrucca, però gli venivano fuori le palette (orecchie). Un Andreotti c’è sempre stato nel mondo politico: nella piramide di Cheope c’è un bassorilievo e c’è Andreotti così (mima l’azione) ! La frangettina, con il serpentino in capo.
Un altro personaggio era senz’altro Clocar, che era il primo ministro, ed è Craxi, una bestia politica, con questa esuberanza, molte volte tracotanza, spocchia, con quelle pause stupende che soltanto lui ha, che nel mondo politico non c’è nessuno che abbia queste pause intense con scatti del viso rivolto a sinistra: “Oggi............ l’Italia.............. si trova............... ad essere sempre più legata all’Europa!”. Che poi ho scoperto che è Martelli che sta proprio nella quinta di sinistra a suggerirgli.
Questi tre personaggi venivano inseriti in una storiella, un racconto di Arlecchino, come catturati dagli Ugonotti. Gli Ugonotti, voi sapete, erano i protestanti della Francia. Arlecchino racconta che gli Ugonotti acchiappano i tre ministri e li condannano a morte attraverso un processo, c’è anche un giudice popolare e offrono ai tre ministri di scegliere quale mezzo di morte preferiscono, col taglio della testa, per fucilazione o impiccagione. Noi dobbiamo fare una variante, dobbiamo prendere la morte per taglio della testa e inserirci al suo posto la sedia elettrica e, naturalmente, dobbiamo inserire i nostri tre ministri per capire la storia.
Questi tre ministri vengono catturati da una fantomatica banda di rivoltosi e il primo ad essere interpellato dal giudice è Craxi. A Craxi si rivolge il giudice: “Lei come vuol finire i suoi giorni? Sulla sedia elettrica, per impiccagione o fucilazione?” subito Craxi dice “Con la sedia elettrica. Anche in ricordo di un mio carissimo amico, Reagan appunto, che ha la sedia elettrica come simbolo della sua tradizione culturale, c’è stato anche qualche screzio con lui, ma oggi siamo arrivati a un senso di amicizia stupenda, quasi uguale a quella che io tengo per Berlusconi!” Siede sulla sedia elettrica, conosce tutto della sedia elettrica perché ne aveva già acquistata una personalmente per farci sedere Spadolini, ma appena si era seduto Spadolini aveva abbassato appena la leva, tutta una squacquarata tremenda...
Il nostro Craxi si siede subito sulla sua sedia elettrica, ci sono le manopole, si mette tutto a posto, anche il cerchio sulla testa, poi dà ordine lui in prima persona i calare la leva titititititi scariche tremende, un po’ di odore di bruciato, tracchete!, un’altra scarica, sussulta, gli girano un po’ gli occhi, non sente niente, tracchete!, una sudata è per terra, si alza in piedi: “Sono vivo!”. E il giudice: “Lei è fortunato. Per legge internazionale, dopo la terza scarica lei ha diritto di essere messo in libertà. Se ne vada pure.”. Se ne va felice, incontra sulla porta Andreotti che se ne sta lì pronto a entrare, con la sua borsa piena di documenti che ha fregato in tutti gli anni di ministero al Sisme, Sisde... se li porta nella tomba perché spera nell’aldilà di ricattare il padreterno, la madonna, i santi, lo spirito santo, tutti quanti gli angeli... Come esce Craxi gli dice “La sedia elettrica non funziona!” - “Ah sì? Grazie!” Entra, si va a sedere subito Andreotti sulla sedia elettrica e il giudice “Ma lei non preferisce l’impiccagione?” - “No, no, la sedia elettrica! Quello che ha scelto Craxi per me è perfetto, quando andiamo al ristorante sceglie sempre lui.” Si siede, dà ordine lui di calare la leva, una vibrazione tremenda, le palette cominciano a oscillare, un’altra scarica tracchete!, gli si allunga il collo di trentacinque centimetri, Modigliani prima maniera, bellissimo, tre cravatte una dietro l’altra, un’altra scarica tracchete!, gran puzzo di penne bruciate, perché sapete che Andreotti ha le ali, sue personali che poi si piega dietro così... il rigonfio sopra la giacca è determinato dalla protuberanza delle due ali accostate... quando si leva la giacca ihhiiaaaa!, un condor meraviglioso, un po’ corto di collo, accollato. Subito Andreotti dice “Sono vivo!” Anche per lui valgono le regole internazionali. Se ne va e incontra Longo, il minotauro magnifico e gli dice “La sedia elettrica non funziona!” - “Eh?!” - “La sedia elettrica non funzionaaa!!!” - “Non ti arrabbiare perdio! Ho capito, la sedia elettrica non funziona!” Entra e il giudice “Lei cosa preferisce? La sedia elettrica, l’impiccagione o la fucilazione?” - “Eh no eh! La sedia elettrica non funziona! Preferisco la fucilazione!”
Questa storiella ve l’ho raccontata perché voi vi rendiate conto del gusto, dei moduli grotteschi di quei tempi, che assomigliano moltissimo ai nostri, e soprattutto per premunirvi del fatto che quando noi andiamo a realizzare degli approcci comici o satirici su personaggi della nostra vita contemporanea non facciamo dell’anacronismo di maniera o gratuito lo facciamo proprio per allacciarci a un gusto che è proprio dell’inizio della Commedia dell’Arte.

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Aut. Trib. di Perugia n° 634
del 21/06/1982
Direttore responsabile:
Severino Cesari
Direttore: Jacopo Fo
Anno XI
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