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Cacao - il quotidiano delle buone notizie comiche
nr. 232/2013
sabato 16 novembre
DI SIMONE CANOVA, JACOPO FO, GABRIELLA CANOVA E MARIA CRISTINA DALBOSCO
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Buongiorno a tutti!
Nel Cacao di oggi seconda puntata della rubrica Mamme Zen, a cura di Federica Morrone, giornalista, scrittrice, mamma…
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 Stare nel cambiamento
Stare nel cambiamento
La notizia della mia gravidanza aveva alimentato diversi opinionisti che si erano espressi sulla differenza tra l’avere un figlio a trent’anni e uno a quaranta. Con la scusa di elargire buoni consigli avevano in realtà lanciato i loro anatemi con l’aggiunta di visioni apocalittiche. Tra tutti, come spesso accade, si era distinta mia madre già alla prima notifica. Dopo che per mezz’ora l’avevo implorata di sforzarsi di non reagire in modo aggressivo all’annuncio che stavo per darle, avevo finalmente preso fiato: «Sono incinta» e lei ascoltando le mie preghiere aveva urlato : «O Dio NO! Non ce la farai!». Qualche giorno dopo mi aveva telefonato per dirmi che aveva sognato il bambino, inizio a rassicurarmi, «moriva perché mi dimenticavo di dargli da mangiare». Vorrà dire che non glielo affiderò, credo nei miracoli, ma non è ancora arrivato il momento. Mia madre non considera i figli una benedizione bensì un ergastolo (sorvoliamo sui danni che questo avrebbe potuto crearmi se non avessi deciso di salvarmi da sola).
Dieci anni prima non aveva reagito meglio: «La tua vita è finita», temendo che avrei danneggiato la mia professione; poi ci aveva pensato l’editto bulgaro a provocare il licenziamento di tutta la mia redazione, lasciandomi fare la mamma di Ginevra a tempo pieno.
Con i nonni paterni peggio. Lorenzo ora ha cinque mesi, l’hanno visto solo appena nato, non sono mai venuti a trovarlo. Non avrei mai immaginato che l’integralismo cattolico fosse tanto oscuro. Niente perdono. Solo colpe. In primo luogo quelle del figlio scappato dal gruppo cattolico in cui è immersa l’intera famiglia, e quindi abbandonato a se stesso e privato dei benefici di cui hanno usufruiti i suoi cinque fratelli. Hanno sentenziato che finché Lorenzo non sarà battezzato è fuori dal regno di Dio (quindi anche dal loro). L’unica offerta che è arrivata è quella di cercare un prete disposto – in via eccezionale – ad accettare Lorenzo anche se nato da genitori non sposati, ma non hanno mai pensato alle molteplici necessità in un momento in cui anche un pacco di pannolini farebbe comodo.
Lorenzo è un bambino pieno di luce, benedetto dall’amore, ero pronta a battezzarlo come ho fatto con Ginevra a due mesi, ma queste pressioni mi hanno fatto cambiare idea, le ho percepite come una violenza, per ora non gli farò bagnare la testa, a meno che non arrivi qualcuno che mi ricorda Don Gallo.
Questo è il quadro, quindi ben vengano nonni d’adozione! Ginevra e Lorenzo sono pronti ad accoglierli nel loro mondo di coccole.
Per adesso siamo soli e la frase che mi sono sentita ripetere più spesso in questo periodo è «ci vuole il tuo coraggio per fare un altro figlio». Sono ben altre le situazioni complicate e onestamente ritengo che la parola coraggio sia abusata anche se circoscritta a una condizione borghese. Solo perché abbiamo pochi soldi, una casa piccola, perché deviricominciaretuttadaccapoquandoormaiavevidato e non ci possiamo permettere molto. Certo non corrispondo al clichè della quarantenne in carriera che avendo conquistato il successo professionale vuole procreare e ha già camera del bimbo, tata, vacanze programmate al mare e in montagna. La mia vita l’ho dedicata ai sentimenti, convinta di poter vivere nello scambio e nella condivisione, ho dimenticato di pensare agli aspetti più pratici. Sono fuori dal sistema, un po’ fuori in generale.
Complicato procreare in tempo di crisi, se almeno lo Stato fosse soltanto assente. La persecuzione dello Sceriffo di Nottingham si aggiunge alla carenza di asili, sanità pubblica stremata, mancanza di qualunque tipo di aiuto, privazione di diritti basilari; e non c’è nessun Robin Hood all’orizzonte.
La difficoltà consiste nel crescere i figli in solitudine, senza scambio di aiuto. Noi che nell’indole siamo tribù ci ritroviamo chiusi in celle alienanti. I bambini non appartengono ai propri genitori, sono magiche entità che una comunità intera dovrebbe crescere attingendo alle proprie conoscenze, talenti, attitudini.  
Nell’abbraccio di un bambino si ritrova il significato dell’esistenza. Come nel bellissimo film Il pianeta verde (lì vorrei vivere!) possiamo ricevere nutrimento ed energia vitale tenendo tra le braccia un neonato.
Usciamo dall’inutile assillo della proprietà, il mio non rende felici, è un inganno indotto dal sistema, mettiamo a disposizione, mettiamoci a disposizione.
Più si diventa adulti, più si diventa metodici, i bambini ci costringono a stare nel cambiamento, mantengono cuore e mente giovane.
Quante persone ripetono che non rinuncerebbero mai ai propri ritmi, soprattutto in un’età in cui le abitudini sono ormai consolidate e non si ha più voglia di rimettersi in gioco. Ma guardiamoci intorno, siamo tutti precari e instabili, l’immobilità è pura illusione.
Non mi prendo in giro, dieci anni si sentono, il fisico allenato dallo yoga aiuta, ma devo concentrarmi per affrontare l’incessante susseguirsi di cambiamenti, mentre prima era tutto più fluido.
Sono passate le colichette! Non fai in tempo a esultare che iniziano i fastidi ai denti. Finalmente dorme fino alle otto, non lo racconti in giro per scaramanzia; arriva l’ora legale a scombussolare tutto.
È curioso come ora richiedano impegno soprattutto le piccole cose. Impossibile sedersi, in tutti i sensi.
Mentre preparo la prima pappina per Lorenzo che mi guarda, e il sugo preferito di Ginevra che sta per tornare da scuola (l’inizio delle medie e la nascita del fratello rinnovano la richiesta di attenzioni), penso che ci vorrà molto tempo prima di riuscire a ritagliare uno spazio tutto per me. E sorrido.

Federica Morrone

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