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Cacao - il quotidiano delle buone notizie comiche
nr. 178/2017
sabato 16 settembre
DI SIMONE CANOVA, JACOPO FO, GABRIELLA CANOVA E MARIA CRISTINA DALBOSCO
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 Thea e la Clowncucina
Thea e la Clowncucina
L’altro giorno mi telefona Thea da Vicenza. Ve la ricordate? Vi ho parlato di lei prima dell’estate, andava a tenere dei corsi di inglese ad Amatrice.

Thea dalla voce di bambina, con la erre che scivola via, l’aria di una mamma d’altri tempi e la tenacia di un carrarmato Panzer.
Dicevo, mi telefona e parliamo di lavoro per un po’. Lei gestisce un’agenzia di traduzioni, interpretariato e altro. Avete bisogno di una traduzione in aramaico? Lei e i suoi collaboratori vi trovano il traduttore e fanno un lavoro bello, pulito e soprattutto puntuale.
Le chiedo: Com’è andata ad Amatrice quest’estate?” Risponde: “Benissimo, ci vado a vivere tra pochi giorni” e lo dice con la stessa serenità con cui mi avrebbe potuto dire che aveva preso un buon cappuccino al bar.
“Come? vai a vivere lì?!?”
E mi racconta che va a insegnare all’Università dell’Aquila, che poi deve continuare i corsi di inglese ai terremotati (“imparano così bene e così in fretta!”) e mille altre cose che solo a sentirla mi fischiano le orecchie. Chissà quando troverà il tempo di dormire.
E ricordo di quando, anni fa, curai la biografia di Franca Rame: a vedere il lavoro che aveva svolto negli anni 70 e 80 mi ero fatta la stessa domanda. Durante una telefonata ridendo se lo chiese anche lei.
Come dice sempre Jacopo: la passione per quello che si fa è la spinta che non fa sentire la fatica, riempie le giornate, allunga la vita.
E Thea ne è la dimostrazione, mai sentita tanta energia e voglia di vivere in una sola telefonata. E niente sembra impossibile, neanche mollare una tranquilla cittadina vicentina per andare a vivere in un posto da dove molti vorrebbero scappare.
Chiudo la telefonata con Thea pensando che la prossima volta che mi sento stanca e ritengo di essere troppo vecchia per una nuova avventura tirerò fuori dalla memoria il suo racconto e mi darò metaforicamente dei calci in culo.
Tra le altre cose Thea mi ha mandato la sua tesi per un corso con la Regione Veneto di Clown di Corsia professionale (ha fatto pure quello, per anni). Una lunga tesi di 131 pagine in cui racconta la sua storia e che si intitola Clowncucina… ahah già, perché Thea è anche una magnifica cuoca. Esagerata!
Vi lascio con le prime pagine… dove tutto è nato. E’ un brano dove si parla di Alcatraz, di Dario e Franca e di un altro premio Nobel…
Buona lettura!

Sin da quando sognai di diventare un clown di corsia, il cucinare giocò sempre un ruolo davvero importante per me, tant’è che, lavorando come volontaria cuoca e aiuto cuoca nelle due strutture della Famiglia Fo, la Libera Università di Alcatraz a Santa Cristina (tra Gubbio e Perugia) e Fattoria sQuola, potei frequentare svariati corsi relativi alla clownerie.

Tutto iniziò quando lavoravo per la European School of Economics a Vicenza. L’università inglese, con più sedi in Italia, stava organizzando uno dei più importanti convegni nella storia dell’economia; un convegno con il Professore John Forbes Nash Junior (Premio Nobel per le Scienze Economiche, inventore della Teoria dei Giochi, al quale fu anche dedicato il film A Beautiful Mind). All’università mi chiesero se volevo fare da interprete per Nash durante il suo ciclo di conferenze e, dopo un lieve cenno di esitazione per l’importanza dell’incarico, risposi con un sì.
Arrivò il giorno in cui mi recai a Livorno in treno. Vennero a prendermi in Limousine (che paradosso) per accompagnarmi in albergo dal Professore Nash. Schivo, lontano, freddo come un muro di ghiaccio, scostante e per nulla propenso alla socialità, lui. Solare, amorevole, attenta, accogliente e sorridente Alicia, sua moglie.

Prima conferenza, superata. La seconda conferenza si tiene a Vicenza e anch’essa viene superata. Terza conferenza a Verbania, superata. La quarta conferenza si dovrà tenere a Bologna ma John e sua moglie chiedono di verificare se Dario Fo sta recitando a Milano. Vorrebbero tanto conoscerlo. Egli era stato da poco insignito del Premio Nobel per la Letteratura e la coppia di matematici esprime il desiderio di volerlo incontrare. Ci fermiamo in autostrada per leggere la pagina degli spettacoli de Il Corriere della Sera. Eccolo, al Teatro Carcano, Mistero Buffo alle ore 17:00.
Telefoniamo al botteghino del teatro: “C’è il Premio Nobel delle Scienze Economiche che vorrebbe tanto tanto incontrare il Giullare Dario Fo”.
“Certo, certo vi teniamo tre posti liberi, non preoccupatevi, anche se arrivate in ritardo non importa”. Verbania – Milano in men che non si dica. Ci accompagnano alle poltrone, prendiamo posto e, nel buio del teatro, seguiamo quel genio di uomo che saltella di qui e di lì, leggero come una nuvola. Ad un certo punto, Dario, al microfono, annuncia che in platea c’è un suo collega Nobel e il pubblico applaude fragoroso. Nash si commuove; adesso l’uomo che avevo conosciuto soltanto pochi giorni fa è diverso, la sua anima traspare, non è più lontano né distaccato, è felice.

A fine spettacolo veniamo scortati dietro le quinte e arriva il momento in cui, per una serie di casi e casualità, posso stringere la mano a tutti e due ma, per un momento, vacillo quando Franca Rame mi stringe tra le sue braccia Inizia il mio lavoro: interpretare i dialoghi tra le parti. I complimenti, i sorrisi, le cordialità e il rispetto ed, infine, l’invito a uscire con loro a mangiare un gelato. Dista pochi passi la gelateria dove Franca e Dario vanno spesso a prendere il gelato. Questa sera siamo in cinque, con cinque coni gelato in mano, a parlare di noi. Franca mi chiede cosa faccio per guadagnarmi da vivere; le racconto brevemente la mia vita e il mio impegno contro la pena di morte e lei, di punto in bianco, mi dice “Devi venire ad Alcatraz, devi venire a trovarci in Umbria. Telefona a mio figlio Jacopo, mettiti d’accordo con lui”.

Davanti ad un cono gelato decido che non c’è altra strada da perseguire se non quella del giullare, della giullare. Della giullare di corsia, perché nel clown di corsia vige l’anarchia, così come Dario e Franca interpretano, l’anarchia, intendo, e anche l’amore.

Parliamo di quasi 18 anni fa, quando non ancora facevo su e giù Montecchio Maggiore (Vicenza) - Libera Università di Alcatraz (a mezza via tra Perugia e Gubbio) nei colli stupendi dell'Umbria.
Giunsi ad Alcatraz la prima volta in un giorno solare di fine giugno, invitata dalla famiglia Fo. Allora i miei impegni contro la pena di morte erano davvero tanti e avevo coinvolto Franca Rame, Dario Fo e il figlio Jacopo a seguirmi in alcuni progetti a favore dell'abolizione di questa condanna. Il primo corso a cui venni invitata a partecipare si chiamava "Yoga Demenziale" che divenne, nel preciso istante in cui entrai a piedi nudi nella palestra dalle pareti di vetro e il pavimento in legno, il primo di un lunghissimo, probabilmente infinito, percorso chiamato Clown di Corsia.

Un pomeriggio, sempre sotto a quel sole estivo, fummo invitati a partecipare a un laboratorio di pittura Zen. Seguii le indicazioni datemi, mi sdraiai sul grande foglio di carta e affidai a qualcuno lì vicino il compito di disegnare il mio "contorno". M'alzai, presi i colori e, sempre seguendo quelle indicazioni, seppure basilari, m'inventai pittrice bambina e feci ciò che da anni non facevo: dipinsi. Mi sentii libera, ma libera per davvero perché in quella pittura, così Zen, non c’era alcun giudizio, né mio, nei miei stessi confronti, né dei miei compagni di cammino. Quando il quadro s'asciugò e lo potei appendere alla parete della palestra, scoprii che dentro di me c'era ancora un mondo che voleva essere scoperto; scoperto o scoperchiato, tornando al tema di cucina, pentole e pentolame. Vidi, in quel momento, quella piccola clown in me che voleva diventare grande e uscire allo scoperto. Portai a termine il corso ad Alcatraz e decisi che un giorno sarei diventata una Clown di Corsia.

Lo spirito giullare di Dario Fo e la guerriera Franca Rame molto si addicevano alla mia natura. Lui uno spasso continuo, lei seria, posata, materna, a volte quasi severa altre invece assolutamente aperta verso tutto e verso tutti, sicuramente guardinga, successivamente accogliente, colta ed intelligente. Loro sarebbero stati i miei maestri all'inizio di questa vita. (...)
(Continua)
Wiwanana al Perugia Social Film Festival
Lunedì 25 settembre a Perugia, Cinema Sant’Angelo (via Lucida 6), all’interno del Perugia Social Film Festival, verrà proiettato Wiwanana, il film del progetto Il Teatro Fa Bene. Ore: 17:45.
A seguire dibattito con Jacopo Fo e Iacopo Patierno, rispettivamente produttore e regista.
Qui il programma del PerSo Festival
Il sito: persofilmfestival.it
Il sito de Il Teatro Fa Bene, dove potete vedere il trailer di Wiwanana: ilteatrofabene.it

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Clicca qui per il calendario completo dei corsi di Alcatraz Prenota allo 075.9229938/11 email: info@alcatraz.it
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Aut. Trib. di Perugia n° 634
del 21/06/1982
Direttore responsabile:
Severino Cesari
Direttore: Jacopo Fo
Anno XI
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