Non riesci a visualizzare correttamente la Newsletter?
Clicca qui per la versione online.
Flickr
Cacao - il quotidiano delle buone notizie comiche
nr. 103/2017
sabato 13 maggio
DI SIMONE CANOVA, JACOPO FO, GABRIELLA CANOVA E MARIA CRISTINA DALBOSCO
Hai già deciso a chi devolvere il 5x1000 della tua dichiarazione dei redditi?
Puoi sostenere il Nuovo Comitato Il Nobel per i disabili Onlus, fondato da Franca Rame, Dario Fo e Jacopo Fo per aiutare le persone portatrici di disabilità mentali o fisiche: è sufficiente segnare il codice fiscale 92014460544 e mettere una firma nell'apposita sezione (Scelta per la destinazione del cinque per mille dell'IRPEF). Nessun costo per il contribuente, il 5x1000 non è un’imposta aggiuntiva e non si somma all’ammontare dell’IRPEF.
I fondi raccolti saranno utilizzati per le campagne a sostegno dei disabili, per organizzare corsi di formazione al lavoro, per l'acquisto di ausili, per aiutare la ricerca... e tanto altro.
Grazie!!!
Per maggiori informazioni
 Secondo Festival di Arte Irregolare – Outsider Art
Secondo Festival di Arte Irregolare – Outsider Art
Carissimi,
dal 30 settembre al 2 ottobre si terrà ad Alcatraz il Secondo Festival di Arte Irregolare.
Anche quest’anno la mostra, i laboratori artistici, le performance e una video rassegna ci accompagneranno a scoprire l’arte fuori dai consueti canali espositivi.
Sono previsti crediti ECM.

Potete vedere le opere e la biografia degli artisti inseriti nella nostra gallery qui

Di seguito l’intervento del prof. Giorgio Bedoni al Festival dello scorso anno.

Giorgio Bedoni è Psichiatra e psicoterapeuta, lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale della ASST Melegnano e della Martesana, insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera e nel centro di formazione nelle arti terapie di Lecco. E’ autore di libri e pubblicazioni nel campo dell’Out-sider Art e dei rapporti tra arte e psichiatria. Ha curato mostre in tema di Art Brut e di esperienze artistiche outsider.
 OUTSIDER ART
OUTSIDER ART
Percorsi storici, scenari contemporanei

Lontana dalle mode volatili e aldilà dei capricci di listini commerciali, l’Outsider Art è poesia, talvolta colata inarrestabile che disegna la nostra realtà interiore: poesia autentica nei suoi migliori interpreti, magnifici solitari che nei primi anni del Novecento attiravano gli artisti in stanze d’ospedale. Un’arte nata nell’ombra, coda nebulosa di una cometa che si placa solo di fronte alla visibilità dell’immagine.

Detto questo, forse premessa necessaria, Outsider Art è parola fortunata, l’intuizione felice negli inquieti anni Settanta di uno storico dell’arte inglese, Roger Cardinal: l’Outsider Art, in realtà, raccoglieva l’eredità di una grande tradizione, le cui origini si rintracciano, dalla seconda metà dell’Ottocento, nelle inusuali produzioni spontanee nate negli asili manicomiali e in alcune esperienze vissute ai margini dell’arte ufficiale, costitutive la storia e la cultura del Novecento. In questo scenario, la parola Outsider Art non nasceva in antitesi con l’originaria definizione di Art Brut, rappresentandone, invece, una sua declinazione anglosassone, come dichiarato dallo stesso inventore della formula.

Se è vero, come sosteneva Gregory Bateson, che la mappa non è il territorio, le parole individuano, tuttavia, un clima, fissano gli umori e le culture che le hanno dato vita: come nel caso dell’Art Brut, coniata a caldo da Jean Dubuffet nel 1945, pochi mesi dopo la liberazione di Auschwitz, tra le macerie d’Europa e nel cuore di un mondo lacerato dai disastri della guerra: arte, dunque, per certi versi figlia del trauma, che Dubuffet concepiva come un muro contro muro, nel rifiuto delle consuete vie dell’artista.

Forse, ricordando le parole di Theodor Adorno dopo gli orrori del nazismo, Art Brut come unica poesia possibile perché figlia di autori “innocenti” e prova d’esistenza nel silenzio della storia. Per Dubuffet l’espressione di una stringente dialettica, la “cerbiatta”, contro il “camaleonte” dell’arte ufficiale, la follia che “dona ali alla chiaroveggenza” contro gli artifici accademici; crudo e selvaggio, sulla scia del pensiero di Claude Lévi-Strauss, contro il cotto e ben cucinato dell’“art culturel”, e così via.

Poi venne l’Outsider Art, nel cuore degli anni Settanta, a tradurre in lingua inglese la storica nozione di Art Brut, aggiornandone, nei fatti, i confini, non fosse altro per quell’implicito omaggio allo spirito del tempo, alla strada e all’outsider culture di quegli anni, a Jack Kerouac e ad Allen Ginsberg.

Outsider, il non pronosticato che si afferma, nel gergo sportivo l’atleta o il cavallo su cui nessuno scommette: sulla scena dell’arte figli di un dio minore, che da mondi laterali attraggono per vitalità e immediatezza perdute altrove.

Figure perturbanti, che una florida tradizione post-romantica accosta a storie letterarie di maudits alla Rimbaud. Definizione complessa, dunque, che allude alla storia pur tracciando dagli anni Settanta traiettorie inedite lungo confini sempre più porosi con universi artistici insiders. Seppure sottoposta a revisioni critiche, la nozione di Outsider Art è ancora oggi da preferire a tentativi di definizione anche italiani, dove permane, guardando ai significati e alle varie accezioni etimologiche, un certo sentore di stigma.

L’Outsider Art si conferma così come un campo aperto, luogo poetico e di ricerca, non un sacrario dai confini stabili e dalle liturgie sicure: nel mezzo di aspiranti sacerdoti si preferisce ancora un Dubuffet d’annata, il 68, quando descriveva l’imbarazzo di chi pianta “nei punti giusti il picchetto dello stato selvaggio... e dell’Art Brut”: frontiere mobili, dunque. In quelle pagine Dubuffet confermava la natura dialettica del suo discorso, sostenendo come l’Art Brut e lo stato selvaggio non potevano essere concepiti come luoghi fissi, ma come direzioni, aspirazioni, tendenze.

Un discorso, questo, che riporta lo sguardo sulla storia, a vicende che sono parte ineludibile del connettivo attuale dell’Outsider Art: ne sono un esempio il saggio dello psichiatra e storico dell’arte tedesco Hans Prinzhorn (Bildnerei der Geisteskranken), “Le Mur”, celebre collezione che André Breton aveva raccolto sin dagli anni Venti nella sua abitazione parigina al 42 di rue Fontaine, la stessa nozione di Art Brut e, per certi versi, l’interesse per l’espressione artistica infantile da parte di molti esponenti delle avanguardie storiche.

Prinzhorn è l’arte di un modello intuitivo che si afferma come reazione ai sistemi fondati sui dati obiettivi: nella sua opera si colgono le suggestioni di Husserl e i riflessi della fenomenologia di Karl Jaspers, il maestro di Heidelberg, che ricordava alla psichiatria la necessità di oltrepassare l’analisi dei sintomi manifesti nell’opera per tentare di intuire l’unità dell’esperienza umana.

Il libro di Prinzhorn viene pubblicato nel 1922, precedendo di due anni il primo manifesto surrealista: è uno studio decisamente nuovo, concepito nella scia di una grande collezione. Un saggio che, nello sguardo e nel metodo, chiude l’epoca del positivismo nel genere dell’arte e follia, collocando le produzioni artistiche asilari in un campo aperto d’indagine, situato al confine tra i fenomeni di pertinenza psicopatologica e il processo di formazione dell’immagine. Non più arte come sintomo ma attenzione ai linguaggi, discorso che superava le costruzioni del criminologo veronese Cesare Lombroso, fondate sugli azzardi del “genio e follia”, che ebbero grande fortuna nell’Europa ottocentesca.

La ricerca di Prinzhorn sui linguaggi eterodossi della follia disegna un nuovo territorio dell’immaginario, vicino agli scenari del modernismo europeo e alla nuova atmosfera primitivista: egli valorizza infatti lavori che esprimono vissuti personali, opere “dall’affascinante estraneità” filtrate attraverso la lente espressionista: ritratti e autoritratti, figure del volto riflessive e melanconiche, espressione di una identità minacciata. Ciò che colpisce è l’affinità dei linguaggi: Prinzhorn parlerà di Gestaltung, spostando l’attenzione sul processo di formazione dell’immagine e sulle sue radici psichiche, facendo proprio quel concetto di figurazione e di messa in forma che occupava l’attività artistica e la didattica di Paul Klee negli anni del Bauhaus. La realtà, insomma, anche nelle variabili della “Gestaltung schizofrenica” è una continua metamorfosi: negli scarabocchi dei suoi artisti Prinzhorn legge una gestualità espressiva intimamente correlata al piacere e al desiderio, cogliendo uno degli aspetti fondamentali di questo repertorio, l’essere forme talvolta ripetute, ipnotiche e rituali, alla costante ricerca di figure preminenti che sempre sembrano sfuggire.
La parola automatismo, che di grande successo aveva goduto da Pierre Janet ai primi anni del Novecento in psichiatria, compare nel discorso di Prinzhorn: in termini nuovi, che lo avvicinano al clima surrealista. L’automatismo, in quegli anni, non è più solo il segno degenerativo individuato dalla letteratura psichiatrica, ma essenza stessa della poetica surrealista: nel 1957 Andrè Breton rivendica come tutta una corrente ai margini dell’ufficialità – “l’arte dei naif, dei pazzi, dei bambini, dei medium”- trovi una sua rivincita “nel funzionamento reale del pensiero”, in quelle forme automatiche che divengono la via maestra per accedere a realtà altre, assolute. Il sogno, insomma, “rivela la natura delle cose”: Il surrealismo, scrive la “Revolution Surrealiste “nel 1924 “apre le porte del sogno a tutti quelli per cui la notte è avara”, omaggio non solo alla follia poetica ma all’urgenza della via onirica che dilata le strette frontiere dell’arte accademica aprendo le porte all’idea del “meraviglioso”.

“Le Mur Breton” è uno dei luoghi del “meraviglioso”, sintesi esemplare della vicenda surrealista che accosta l’inusuale e l’eterogeneo in nome di uno sguardo “selvaggio”, legato alle leggi del sogno e dell’immaginazione: oltre ogni discorso di pura visibilità che non sia guidata da un occhio allo stato veggente. Prima ancora dei “valori selvaggi “pretesi da Dubuffet, “Le Mur” è il grande bazar surrealista che applica quella condensazione prossima alle leggi del sogno freudiano. Così, in quella rappresentazione parigina di Rue Fontaine, la pittura surrealista è posta tra scudi dipinti provenienti dalla Papuasia e dalla Nuova Guinea, a loro volta allineati alla gestualità informale e ai prodotti di autori brut.

Gli stessi ingredienti che avevano affascinato ancora in pieno Ottocento i primi critici di quest’arte, nata dentro le mura dei manicomi: gli psichiatri, pronti, negli anni Venti, a cambiare sguardo, scavando un solco profondo con l’antropologia positivista e con l’uso del solo linguaggio psicopatologico di fronte all’immagine.

Una lunga avventura, immersa nel clima primitivista del Novecento, che indirizzava la ricerca verso un mondo nuovo: un filo rosso legava infatti l’attrazione per l’esotico alla affascinante alterità della “follia” artistica, le sintesi formali extraeuropee all’ “occhio innocente” del bambino, cui veniva attribuito, in questo nuovo orizzonte mitico, la capacità di produrre immagini incontaminate, frutto di una visione superiore. Non cercava, forse, Dubuffet, nei “diamanti grezzi” dell’Art Brut un nuovo suono, alieno al ritmo del suo tempo? Un suono che negli anni del Cavaliere Azzurro Vassily Kandinsky aveva trovato nell’arte infantile, mentre in Italia Claudio Costa, nel solco di una grande tradizione di arte in manicomio e di atelier innovativi, lo aveva individuato partendo da sperimentazioni lungo frontiere antropologiche.

Nostalgia dell’inedito, per forme di “creazione ispirata” scriveva Prinzhorn nei lontani anni Venti: parole forse ingenue nel già visto e fatto del nostro tempo, segnalando, tuttavia, bisogni che attraversano ancora le nostre culture. Nostalgia dell’autentico, più che mai incalzante nell’età della tecnica e del mercato totale, quando anche l’esperienza creativa sembra ridursi ad arida funzione.
L’Outsider Art, insomma, è un grande archivio dell’immaginario, la cui storia novecentesca, disegnata da artisti senza nome, era divenuta crocevia di un processo di rifondazione dei linguaggi: aldilà della psichiatria stessa e dell’estetica, come aveva teorizzato già negli anni Venti lo psichiatra tedesco Hans Prinzhorn; nell’incontro, sulla frontiera antropologica, tra Jean Dubuffet e Claude Lévi-Strauss alla fine degli anni Quaranta, quando l’antropologo partecipa alla prima Compagnie de L’Art Brut ma già anni prima, durante un soggiorno a New York collezionava con sguardo surrealista una serie di oggetti che potevano appartenere a future raccolte outsider. Il pensiero allo stato “selvaggio” indagato da Lévi-Strauss incontrava dunque “l’uomo comune” profetizzato da Dubuffet, l’autore brut, chiuso a cerniera dentro il suo immaginario, indifferente allo sguardo museale e alle brame dell’industria culturale: un nuovo mito, che trova oggi i suoi aggiornamenti dentro il sistema di quella “art culturel” contro cui si scagliava Jean Dubuffet.

Di fronte all’Outsider Art si consumano, così, bisogni vari, come era stato in altre stagioni, quando si cercavano, dopo gli spaesamenti di Rimbaud e di Gauguin, i valori “selvaggi” dell’immaginario e le fonti primarie della creatività.

L’Outsider Art, tuttavia, non può essere ridotta a mera testimonianza, da racchiudere, debitamente catalogata, nelle sale di nuove riserve indiane: affrontata con lo spirito dell’opera aperta può rivelarci, da altri lidi, l’espressione del nostro tempo, una figura sospesa, le cui sembianze sono in molti casi figlie del rapporto estenuante con un linguaggio che vive di ripetizioni ipnotiche e ossessive.

Un’arte radicalmente contemporanea perché danza sui fili della storia, distante dagli spifferi del presente ma non dal suo spirito profondo: arte che nei suoi migliori interpreti è simile a un lampo, attraversa la realtà viva di questo mondo, ne vede il buio e l’assenza ma ne afferra la luce, esplorando meandri e recessi dell’esistenza umana.
i corsi di alcatraz
12/13 maggio
LABORATORIO DEL BOSCO con Antonella Zanotti
img
13/14 maggio
RELAZIONI 3.0 - La chiave per vivere rapporti sani
img
18/21 maggio
FESTIVAL DI IMPROVVISAZIONE TEATRALE "BANANA"
img
26/28 maggio
VOCE CREATIVA, per scoprire, potenziare, migliorare, imparare ad amare la propria voce
img
26/28 maggio
IN CUCINA CON ANGELA LABELLARTE
img
26/28 maggio
CORSO DI TAI CHI SHIATSU E STRUMENTI DEL BENESSERE con Angelo Airaghi
img
28 maggio
GIORNATA DI WATSU E TIRO CON L'ARCO
img
1/4 giugno
CORSO DI YOGA DEMENZIALE con Jacopo Fo e lo staff di Alcatraz
img
2/3 giugno
CORSO DI BASIC WATSU
img
2/4 giugno
METTIAMOCI IN GIOCO con Franco Prestipino e Doriana Silvestri
img
9/11 giugno
LE DEE DENTRO LA DONNA - Gruppo di riflessione e crescita personale
Clicca qui per il calendario completo dei corsi di Alcatraz Prenota allo 075.9229938/11 email: info@alcatraz.it
link consigliati
Aut. Trib. di Perugia n° 634
del 21/06/1982
Direttore responsabile:
Severino Cesari
Direttore: Jacopo Fo
Anno XI
energia arcobalenoenergia arcobalenoenergia arcobaleno
Facebook
Flickr
Myspace
Twitter
Non vuoi più ricevere questa newsletter?
Clicca qui per cancellare il tuo indirizzo email
Copyright © 2011 Cacao il Quotidiano delle buone Notizie
website -www.cacaonline.it